Gli specialisti sono categorici le persone con questo tipo di personalità rischiano di soffrire della sindrome di Frankenstein e di sottovalutarla spesso erroneamente
© Hotelritariccione.it - Gli specialisti sono categorici le persone con questo tipo di personalità rischiano di soffrire della sindrome di Frankenstein e di sottovalutarla spesso erroneamente

Gli specialisti sono categorici le persone con questo tipo di personalità rischiano di soffrire della sindrome di Frankenstein e di sottovalutarla spesso erroneamente

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- 18 Marzo 2026

Una passeggiata tra i corridoi di una libreria rivela spesso titoli familiari, copertine con automi dagli occhi freddi, oppure nomi presi in prestito dalla letteratura. In questi giorni, anche il telegiornale pronuncia “Frankenstein” con nuove sfumature, legato ora a un misterioso virus. Ma dietro questa parola antica si nasconde una tensione moderna, sottile, diffusa: una preoccupazione che molti, soprattutto in età più matura, percepiscono senza sempre riconoscerla. Ed è proprio sul profilo delle persone che questa inquietudine sembra posarsi con più insistenza, anche quando viene sottovalutata.

Quando la paura si insinua tra tecnologia e quotidianità

A volte basta accendere la televisione: un servizio sull’intelligenza artificiale, o la notizia di un nuovo robot dai movimenti perfettamente umani. Queste immagini sono ormai comuni, eppure lasciano in molti un retrogusto di incertezza. La sindrome di Frankenstein prende forma così: una paura che le nostre creazioni prendano il sopravvento, superando le regole pensate per proteggerci.

Non è solo il progresso tecnologico a innescare questo timore. Le narrazioni viste al cinema o lette nei romanzi – da Blade Runner a I, Robot – amplificano una sensazione di vulnerabilità, come se ci trovassimo sempre a un passo dal perdere il controllo. L’eco delle leggi di Asimov, pensate per rassicurare, sembra talvolta troppo fragile davanti alla rapidità dell’innovazione.

La personalità conta: chi è più esposto, spesso senza rendersene conto

Non tutti vivono allo stesso modo questo senso di insicurezza. Secondo le ricerche più recenti, chi possiede un’indole marcata da neuroticismo – cioè propensione all’ansia e alla preoccupazione – tende a sviluppare la sindrome di Frankenstein più facilmente. Paradossalmente, queste persone hanno anche la tendenza a minimizzare il proprio malessere, preferendo non riconoscere la densità delle proprie paure.

All’opposto, chi mostra apertura mentale e gradevolezza affronta le rivoluzioni tecnologiche con uno sguardo più sereno, più disposto ad accogliere novità e mutamenti. La diversità individuale si riflette così nel modo in cui le intelligenze artificiali vengono percepite: minaccia per alcuni, risorsa per altri.

Dal romanzo alle notizie: come la cultura alimenta l’immaginario collettivo

La paura del “creatore superato dalla propria opera” non nasce oggi. Attraversando le pagine di Mary Shelley e le profezie di Asimov, si incontra un antico timore: quello del tradimento, della perdita di controllo, della vendetta tecnologica. La cultura agisce come una lente d’ingrandimento, rendendo più vivi questi sentimenti a seconda di quanto libri, film e serie insistano sulle stesse immagini.

Così, la cronaca recente che ha battezzato “Frankenstein” l’ultimo variant XFG del Covid-19 non fa che rafforzare certe associazioni emotive, anche quando razionalmente sembrerebbero infondate. L’immaginario alimenta l’ansia, offrendo nuovi spunti per il sospetto e l’irrequietezza.

Tecnologia e psiche: un equilibrio sottile da riconoscere

La reazione psicologica davanti a innovazioni rapide è un riflesso naturale, spesso più intenso in chi ha già una predisposizione all’inquietudine. Tuttavia, non sempre si è consapevoli di questo meccanismo interno: si minimizza, si sorride parlando di “paure sciocche”, mentre sotto la superficie resta il timore di una tecnologia che possa davvero sfuggirci di mano.

Eppure la storia umana è piena di timori simili verso ogni nuova invenzione, segno che l’adattamento richiede tempo e, talvolta, un dialogo tra ciò che sentiamo e ciò che sappiamo.

La sindrome di Frankenstein mostra come emozioni antiche si adattino ai tempi, oscillando tra rassegnazione e allarme. Comprendere questa dinamica permette di osservare il presente con uno sguardo più lucido, evitando di cadere nei facili allarmismi che il nostro stesso immaginario contribuisce a mantenere vivi.

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Giornalista freelance con una passione per la scrittura che nasce dai banchi dell'università, dove ho studiato Comunicazione e Media. Mi diverto a esplorare temi diversi e a raccontare storie che possano informare e coinvolgere i lettori. Quando non scrivo, amo viaggiare per l'Italia alla scoperta di luoghi nascosti e tradizioni locali.